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  La seconda metà del XVII secolo.
 
La popolazione, periodicamente falcidiata da carestie e malattie, tornò a crescere, sebbene con lentezza. Secondo una statistica ecclesiastica del 1657 erano 19 i comuni della Valle Trompia, per un totale di 13.221 anime.
La pressione fiscale di Venezia iniziò a farsi sempre più pesante. Dal catasto di Caino (1641) traiamo un esempio per significare come l’estimo fosse triplice: cittadino (più privilegiato), contadino e clericale. Le terre erano denominate arzenive (fondovalle) o motive; le colture aradore, vitate, prative, ortive, adacquadore, magrive o deserte; le abitazioni erano minuziosamente registrate, descritte nei loro volumi e nelle loro caratteristiche. I piccoli proprietari di terra erano la maggioranza ma vi era anche chi non ne possedeva un solo fazzoletto, così come esistevano i “senza casa”. Le risorse erano pure specificate nel dettaglio, sebbene talvolta mancassero dati su alcune specie (ad esempio gli animali da cortile e il pollame): a Caino, per esempio, vi erano 958 ovini e caprini, 39 bovini e 25 equini. Egualmente avveniva, nei vari catasti, di trovare cenni più o meno precisi sul numero e il tipo di attività artigianali o protoindustriali. Nel 1666 la Repubblica Veneta impose altri tributi alle miniere, acuendo di fatto una crisi già in atto.
E’ pur vero che dal 1647 al 1670 la “guerra di Candia” permise un’alterna ripresa dell’economia della valle, specie per le armi. Non solo schioppi, ma anche granate a mano di ferro fuso e pistole per la fanteria vennero confezionate dalle officine trumpline. Nel 1695 fu stipulato un contratto da parte della famiglia dei Bailo, di casa a Sarezzo, con Venezia per la produzione e fornitura di cannoni, bombe (a Sarezzo esiste anche una “via delle Bombe”), bombarde e munizioni varie. Conclusasi il conflitto con la sconfitta veneta a opera dei Turchi, la vita sociale ed economica tornarono alla normalità. In quell’anno venne a morte l’ultima contessa degli Avogadro di Zanano, la cui famiglia, come ricordato in precedenza, aveva pure ricevuto sin dal 1427 il feudo di Lumezzane. S’aprì un contenzioso risolto dalla capitale nel 1681 mediante messa all’asta del feudo che fu assegnato ancora agli Avogadro del ramo veneziano. Frattanto nel 1676 Lumezzane era stata colpita da una pesante alluvione, come del resto altri centri della valle del Mella, in particolare Pezzaze. Le sue emergenze artistiche furono in qualche modo connesse al Seicento: la pieve di S. Giovanni Battista, cui nel secolo successivo sarà affiancato il battistero ottagonale, fu innalzata proprio in quegli anni.
A proposito di pievi e vicarie quella di Inzino nel 1673 compilò un documento importante per la statistica demografica: tale vicaria comprendeva, oltre all’abitato di Inzino, con 500 anime, anche Marchino (455), Lodrino (425), Magno (225), Brozzo (177) e Cesovo (168) per un totale di quasi 2000 abitanti. Come si vede i dati sono testimoni della difficoltà della ripresa demografica dopo la peste del 1630 e la carestia del 1650.
Furono anni di relativa tranquillità, sebbene i lontani echi di guerra (nel 1683 i Turchi erano alle porte di Vienna) costringessero i Veneziani a chiedere sempre maggiori tributi e combattenti per contrastare i Mori.
L’arte subì un rallentamento, dovuto principalmente alla carenza di fondi e mecenati, anche se in valle esistono dei capolavori del barocco: su tutti la già citata pieve di Lumezzane e la parrocchiale di Sarezzo, progettata secondo schemi tardo-cinquecenteschi dall’architetto Gian Battista Lantana a partire dal 1619 e consacrata il 14 ottobre 1652. Non furono infine pochi i pittori di rilievo attivi in valle: ricordiamo tra gli altri il veneziano Jacopo Palma il Giovane (1548-1628) che dipinse a Concesio (chiesa di S. Rocco), Antonio Gandino da Brescia (1560-1630), Grazio Cossali da Orzivecchi (1563-1629), Pietro Ricchi detto il Lucchese (1606-1675) che dipinse a Gardone e Lodrino, il veneziano Andrea Celesti (1637-1712) operante a Nave nella chiesa di S. Francesco di Muratello, Giovanni Mauro della Rovere detto il Fiamminghino, milanese (1575-1640) e Francesco Paglia, bresciano (1637-1714).

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