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  L’avvento del fascismo
 
L’avvento del fascismo in valle non fu immediato. All’indomani della marcia su Roma (28 ottobre 1922) i socialisti e i cattolici popolari erano ancora la maggioranza e reggevano le civiche amministrazioni di valle. Tra le resistenze al nuovo movimento politico che si andava rapidamente affermando a livello nazionale spiccavano le “camicie bianche” di Davide Cancarini e don G.B. Bosio, all’epoca curato a Carcina. Quest’ultimo in particolare con l’intenzione dichiarata di mantenere un ruolo distaccato dalla politica si pose, di fatto, in un atteggiamento di aperta sfida nei confronti delle camicie nere. Dopo la liquidazione e distruzione di circoli e associazioni rosse i fascisti, nel corso del 1923, ridussero all’impotenza le organizzazioni bianche. A livello sindacale, frattanto, si andò affermando nelle commissioni di fabbrica il sindacato fascista (1923-’24) [1]. Le intenzioni della nuova associazione furono efficacemente riassunte dall’esponente del Fascio bresciano Alfredo Giarratana in un articolo comparso sul quotidiano “Il Popolo di Brescia” il 18 maggio 1923: «Gli industriali hanno oggi un dovere – scrive – se vogliono dimostrarsi amici nostri: cercare di mantenere la situazione al livello al quale siamo; cercare di mantenere quel minimo di condizioni morali e materiali che noi domandiamo in nome delle maestranze che oggi lavorano…gli industriali volevano ordine, disciplina e lavoro e oggi questo esiste» [2]. Il 1924 tuttavia vide acuirsi lo scontro anche in Valtrompia. E’ l’anno del caso Matteotti: l’azione fascista si intensifica, dall’altra parte socialisti, popolari e comunisti, questi ultimi staccatisi dai primi di recente, si organizzano spesso in forma clandestina. Dopo la morte di Matteotti si registrarono, anche in valle Trompia, numerosi pestaggi e violenze a danno di fascisti. A Concesio in uno scontro tra squadristi e oppositori ci scappò il morto. Così pure era avvenuto a Inzino nel maggio del ’23, quando il socialista Angelo Bosio aveva ucciso con una fucilata in pieno petto il fascista Marco Scaramuzza. L’irriducibile Viotto, sotto parvenza di radunare società escursionistiche in realtà riunì i compagni in varie zone, tra le quali Santa Maria del Giogo. I comunisti agivano segretamente, specie all’interno delle fabbriche trumpline (ABENI V 406). Nel luglio del 1924 iniziò una vertenza tra il padronato e le sigle di sinistra e popolari.
Di fronte allo stallo scese in campo il sindacato fascista, con in testa il gerarca bresciano Augusto Turati; questi, sfidando le perplessità dello stesso Duce, superò a sinistra le vecchie e mutilate associazioni rosse e bianche e proclamò un duro sciopero cui aderirono numerose fabbriche della valle [3]. Nel marzo 1925 l’operazione si concluse con pieno successo: gli industriali, che avevano messo sul piatto un aumento di £ 1,20 furono costretti ad accettare di chiudere la trattativa incrementando la paga dei metalmeccanici di £ 2,50. Il risultato produsse notevole consenso nelle fabbriche, da sempre roccaforte delle sinistre, e pose in tutta evidenza i limiti dei patronati tradizionali. Il regime, prendendo atto di una congiuntura positiva, rese le maestranze partecipi degli utili dell’industria. Sul versante sociale l’attitudine a metodi sbrigativi se non apertamente violenti da parte delle squadre fasciste sfociò talvolta in curiose manifestazioni, come nel caso di S. Vigilio di Concesio dove il parroco, pur non ostile al nuovo regime, si rifiutò di cedere alla richiesta di alcune camicie nere le quali volevano che nella processione di S. Luigi e S. Rocco i simulacri dei due santi venissero vestite di nero e con i manganelli al fianco.
Tuttavia, nel complesso, l’avvento del fascismo non trovò ostacoli nella popolazione, che continuava la propria vita e il proprio lavoro in genere senza patemi politici. Anche dal punto di vista del consenso elettorale – pur se in parte condizionato da minacce e violenze  – il nuovo regime raccolse i frutti della biennale semina: il “listone” nelle elezioni del 1924 ottenne infatti oltre il 50% dei voti in quasi tutti i centri della valle, eccetto che a Concesio, Lumezzane, Magno d’Inzino e Bovegno, tutti centri a maggioranza popolare.
Il superamento della crisi fascista dopo il delitto Matteotti significò, per la Valle Trompia, il regolamento di conti definitivo da parte dei fascisti nei confronti delle organizzazioni cattoliche: il circolo giovanile Audax e il ritrovo di Gardone vennero devastati, gli Esploratori sciolti; in vari centri della valle, similmente a quanto era avvenuto nel 1923 per i “rossi”, vennero liquidati i circoli “bianchi”. Solo le sezioni comuniste, ancora nel 1927, sembravano reggere – ancora per poco – all’urto fascista. Dall’ottobre 1925 i sindaci vennero sostituiti da commissari prefettizi prima e in seguito dai podestà, non eletti ma di nomina regia. Già dal 1923 era stata soppressa la pletorica Pretura di Bovegno, e Gardone era divenuto il fulcro del Mandamento sino a Carcina. L’anno successivo venne snellito il sistema degli Enti Locali: i Comuni con meno di 5.000 abitanti divennero privi di Consigli Comunali e molti centri, anche in valle, furono accorpati.
 
VECCHI COMUNI
AGGREGATO
ANNO ACCORPAMENTO
Caino
Nave
1928
S. Vigilio
Concesio
1927
Villa-Cogozzo; Carcina
Villa Carcina
1927
Brione
Ome
1928
S. Apollonio; Pieve; S. Sebastiano
Lumezzane
1928
Inzino; Magno
Gardone Val Trompia
1927
Brozzo
Marcheno
1927
Cimmo; Pezzoro; Marmentino
Tavernole sul Mella
1927
Irma
Bovegno
1927
 
La popolazione della valle aumentò sia per il miglioramento delle condizioni di vita che per la politica fascista volta a favorire le famiglie prolifiche. Inoltre i nuovi Comuni, che assorbirono frazioni precedentemente Comuni a loro volta, vennero meglio organizzati dal punto di vista amministrativo – in qualche caso anche con la costruzione di nuovi municipi -  grazie alla loro maggiore importanza demografica: Lumezzane, solo per fare due esempi, passò dai 6.368 abitanti del ’22 ai 7.836 del 1931; Gardone dai 3.559 del ’21 agli oltre 7.000 del 1927.
Negli anni ’30 il programma fascista si strutturò in regime solido e radicato, nonostante le difficoltà economiche innescate dalla crisi finanziaria del ’29 prima e dalle sanzioni della Società delle Nazioni nei confronti dell’Italia in seguito alla guerra d’Etiopia [4] poi, segnatamente a partire dal 1936; l’industria, pur tra alti e bassi e con un accentuata mobilità del personale, progredì: le cartiere di Nave, mantenuti invariati i livelli di produzione e impiego, videro affiancarsi una prorompente attività siderurgica e meccanica con la fucina Stefana che, potenziata già a partire dalle prima guerra mondiale, poteva fregiarsi d’aver conseguito nel 1923 la medaglia d’oro all’Esposizione Generale dell’Industria e Commercio di Venezia; a Villa Carcina si moltiplicarono e ingrandirono aziende e officine meccaniche; a Sarezzo, oltre alle tradizionali attività, funzionava l’azienda tessile Fermo-Coduri (vincitrice della medaglia d’oro all’Esposizione di Brescia nel 1904) con ben 300 operaie e una specializzazione nei cascami, filatura di cotoni e soprattutto nella produzione di coperte che venivano anche esportate; a Lumezzane, nonostante il frazionamento in tante piccole aziende (201 nel 1927), la produzione crebbe costantemente; le industrie armiere gardonesi conobbero uno sviluppo notevole [5]; le miniere di Pezzaze vissero fasi alterne sino al secondo dopoguerra, mentre quelle di Bovegno e Collio ripresero l’attività di sfruttamento di alcuni giacimenti utlili alla politica autarchica del fascismo [6]. L’agricoltura invece, pur mantenendo un ruolo di notevole importanza in alta valle, nei centri della media e bassa valle perse peso a beneficio di industria e terziario [7]. Quest’ultimo ebbe nel turismo un discreto cespite, se si pensa che negli anni ’30 Bovegno metteva a disposizione ben 250 camere tra alberghi e locande e altre 200 in appartamenti; nel 1937 venne aperto un impianto di risalita al Maniva (lo “slitù”) e avanzata la richiesta per una seggiovia in località Pezzeda, che però sarà inaugurata solo 19 anni più tardi.
Numerose le opere pubbliche e di modernizzazione promosse anche in valle dal fascismo: nuovi municipi, acquedotti, costruzione e ristrutturazione di vari edifici pubblici, nuovi uffici postali, cinema e teatri (famoso il Beretta di Gardone inaugurato dal Commissario prefettizio Zuccarelli nel 1928), case popolari, ampliamento dell’ospedale di Gardone, campi e centri sportivi, case del Fascio; e poi case popolari, scuole (per esempio nel 1943 Gardone verrà dotato di una scuola media), ricoveri per vecchi, e ancora migliorie stradali, elettrificazione di centri montani sino ad allora rimasti “al buio”, nuove centrali idroelettriche (ad esempio a Brozzo, 1937), estensione e potenziamento delle linee telegrafiche e telefoniche, dopolavoro aziendali, circoli ricreativi, biblioteche, promozione di scavi storici e archeologici, fondazione di vari gruppi combattentistici, d’arma e complessi bandistici. Ma, nonostante la strategica azione mussoliniana improntata alla parola d’ordine di “andare verso il popolo”, quantunque le adunate delle forze fasciste valtrumpline [8] mostrassero tutta la disciplina possibile, il seguito del fascismo in valle non fu fenomeno così granitico come la propaganda di regime volle far credere. Anche qui, come altrove, tra il nero e il bianco, fu prevalente la “zona grigia”, costituita da coloro che non si occupavano di politica; un buon gruppo, certo, rappresentavano i fascisti, più o meno convinti, e tra gli oppositori, a loro volta più o meno convinti, erano una pattuglia di cattolici e qualche gruppo di “rossi” attivi soprattutto clandestinamente (ma i loro nomi erano quasi tutti noti all’apparato investigativo) nelle fabbriche. Tra i personaggi che visitarono la valle prima della seconda mondiale vanno citati, oltre a vari gerarchi provinciali, per due volte il maresciallo Pietro Badoglio (6 maggio 1939 e 11 maggio 1940) e il fascista della prima ora Ettore Muti, all’epoca segretario nazionale del Fascio (29 aprile 1940).


[1] Cfr. ABENI V pp. 392-393.
[2] In ABENI V p. 392.
[3] Nelle trattative l’industriale che si era dimostrato più disponibile al dialogo fu senz’altro Pietro Beretta (ved. ABENI V p. 407 e seguenti).
[4] In alcuni centri della valle, soprattutto a Sarezzo, si cercò rimedio alla disoccupazione indirizzando diverse famiglie verso le zone di bonifica e, soprattutto, verso i territori italiani d’Africa.
[5] La Beretta, tra il 1903 e il 1957 vede passare la superficie coperta dello stabilimento da mq 1.000 a mq 35.690; la Fabbrica d’Armi del Regio Esercito aumentò le maestranze da 190 nel 1935 a 2.200 nel 1942.
[6] Cfr. Antologia Gardonese, p. 16.
[7] Da rammentare anche che, per effetto di una legge del 1923 vennero proibiti gli “archetti” per la caccia, e con decreto del 27 dicembre 1927 furono parimenti vietate le “passate al fischio” (ved. C. SABATTI, La caccia nel Bresciano).
[8] Vedasi, per la descrizione di quella del 1938 che si tenne a Gardone FAPPANI-SABATTI-TROVATI p. 105.

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